Biografia

Leoncillo Leonardi
Leoncillo in studio a Roma, anni sessanta.

Leoncillo Leonardi nasce a Spoleto, in Umbria, il 18 novembre 1915. Rimasto orfano di padre all'età di tre anni, cresce con la madre e i fratelli Clara e Lionello. L'avvicinamento alla scultura avviene in modo del tutto fortuito nel 1930. Nel ricordo di Lionello, una bocciatura in condotta costringe il giovane Leoncillo a trascorrere l'estate in punizione, isolato in una soffitta della casa di famiglia. Per distrarlo, il fratello gli porta un grosso blocco di creta: da quel momento Leoncillo inizia a modellare con naturalezza piccole figure, tra cui una scimmietta, un cane e altri soggetti animali, rivelando una precoce inclinazione per il lavoro plastico.

Dopo gli studi all'Istituto d'Arte di Perugia, nel 1935 va a Roma dove, per quattro anni, studia all'Accademia di Belle Arti. Conosce Libero De Libero, amico e collega universitario del fratello Lionello, che lo introduce nell'ambiente della Galleria della Cometa, fondata dalla contessa Anna Letizia Pecci-Blunt e diretta artisticamente da Corrado Cagli e dallo stesso De Libero. Quest'ultimo dedicherà un importante saggio agli anni della formazione dello scultore.

Leoncillo lavora con riserbo, evitando di esporre pubblicamente la propria produzione. Soltanto nel 1938 invita un ristretto gruppo di amici a vedere alcune opere modellate in creta: tazze, bicchieri, piattini "a figura di lobi, semisfere, corolle, petali, vetri femminili". "Per un esigente e ironico spettatore" — scriverà De Libero — "poteva sembrar poca e futile l'impresa d'uno scultore che, dopo tanti patemi, si faceva cogliere in una specie di romantica dilettazione. Invece era palese in Leoncillo la ricerca d'una sua norma plastica".

Nel 1937 partecipa alla VI Mostra interprovinciale d'Arte del Sindacato fascista di Belle Arti dell'Umbria, presentando due opere ispirate alle Fabulae di Fedro: Il cervo e il cane, Le colombe e il nibbio.

Nel 1939 sposa Maria Zampa, sua compagna di corso all'Istituto d'Arte di Perugia, figlia di un notaio tra i suoi clienti figurano le Ceramiche Rometti di Umbertide. Dopo il matrimonio la coppia si stabilisce a Umbertide, dove nasceranno i figli Daniella e Leonetto. Leoncillo avvia una collaborazione destinata a rivelarsi fondamentale: alla manifattura Rometti approfondisce gli aspetti tecnici della lavorazione ceramica, acquisendo una particolare competenza nell'impiego degli smalti e del colore. Nei forni della manifattura vengono realizzate le opere più importanti della sua prima produzione tra cui Suonatori (1938), San Sebastiano (1939), Arpia (1939), Sirena (1939), Ermafrodita (1939), Le quattro stagioni (1939). Saranno proprio questi lavori a suggerire a Roberto Longhi la nota definizione di "patetico barocchetto spoletino", nella presentazione alla prima mostra personale alla Galleria Il Fiore di Firenze, nel 1949 che lo storico dell'arte ribadirà, nel 1954, nella prima monografia dedicata a Leoncillo per le edizioni De Luca, Roma. Nel 1940, su invito di Gio Ponti, espone alla VII Triennale di Milano nell'ambito della Mostra della ceramica, insieme a Salvatore Fancello, ottenendo la medaglia d'oro per Le quattro stagioni.

L'anno successivo pubblica per le Edizioni della Chimera, Bestiario, con litografie di Fabrizio Clerici e una introduzione di Raffaele Carrieri. Nello stesso periodo riceve dall'Ente Autonomo E42 l'incarico di realizzare due Trofei destinati al progetto dell'Esposizione Universale di Roma.

Nel 1942 torna a vivere a Roma. Inizia a insegnare all'Istituto statale d'arte. L'anno seguente espone Sirena e Arpia in una mostra alla Galleria dello Zodiaco. Sono anche gli anni dell'impegno politico clandestino: aderisce al Partito Comunista Italiano e partecipa alla Resistenza. Questa esperienza trova immediata espressione nella sua produzione artistica: realizza Madre romana uccisa dai tedeschi (1944), opera con la quale ottiene il primo premio ex aequo alla mostra L'arte contro la barbarie, promossa dal quotidiano "L'Unità" per denunciare le violenze dell'occupazione nazifascista.

Nel dopoguerra Leoncillo sostiene con convinzione l'idea di un'arte socialmente impegnata e aderisce al Fronte Nuovo delle Arti, il raggruppamento di artisti voluto da Giuseppe Marchiori nel 1947. Con il gruppo partecipa alla Biennale di Venezia del 1948, avviando un rapporto duraturo con la manifestazione veneziana: sarà invitato nelle edizioni del 1950, 1952, 1954, 1960 e del 1968.

Partecipa alle principali rassegne artistiche nazionali e internazionali tra cui la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, la Biennale di Gubbio, la Biennale di Anversa, la Biennale di San Paolo del Brasile, l'Expo 67 di Montréal e il Premio Faenza che vince nel 1954 e nel 1964.

Numerose sono le mostre personali e collettive in Italia e internazionali nei più importanti musei e gallerie d'arte, tra cui la House of Italy di New York, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, il Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, il Musée Rodin di Parigi, il Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, La Tartaruga e L'Attico di Roma, la Galleria Odissya di Roma e New York, la Galleria Blu di Milano, la Modern Art Agency di Napoli.

Alla metà degli anni Cinquanta Leoncillo è ormai riconosciuto come una delle figure più originali della scultura italiana contemporanea e viene chiamato a confrontarsi anche con importanti commissioni pubbliche. La prima è la Partigiana veneta, il monumento dedicato alla Resistenza destinato ai Giardini di Castello a Venezia. Il progetto, elaborato nel corso di diversi anni e sottoposto a successive revisioni, incontra inizialmente le riserve dell'Istituto per la Storia della Resistenza nelle Tre Venezie che giudica eccessivamente connotato sul piano politico il colore rosso vermiglione del fazzoletto della partigiana. Nella versione definitiva del 1957, la scultura è collocata a Venezia nei Giardini napoleonici su un basamento disegnato da Carlo Scarpa. L'opera avrà vita breve: nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1961 viene distrutta da un attentato neofascista.

Il secondo intervento nasce da un concorso indetto dal Comune di Albissola Marina per la realizzazione di un monumento Ai Caduti di tutte le guerre. Leoncillo individua in quest'opera un passaggio fondamentale della sua ricerca e lo annota nel Piccolo diario (1957-1964). Pensato inizialmente come un "quadro vivente", il fregio si trasforma progressivamente in una visione nella quale le figure dei caduti si confondono con la materia stessa del terreno. Inaugurata nel gennaio del 1958, l'opera si sviluppa attorno a una forma geometrica di cemento scalpellato, lunga e bassa, sulla quale si svolge il fregio in ceramica, articolato in due gruppi: i caduti e, sul lato opposto, rivolti verso il mare, i superstiti.

Nel 1957 Leoncillo attraversa un periodo di crisi profonda, ideologica e artistica. L'invasione sovietica dell'Ungheria lo induce ad abbandonare il Partito Comunista Italiano, una scelta che determina un radicale ripensamento del proprio linguaggio plastico. La risposta prende forma nella mostra personale del 1957 alla Galleria La Tartaruga di Roma accompagnata da un testo autobiografico nel quale Leoncillo chiarisce questo passaggio: "Per questo ora ho fatto foglie, cespugli e fiori, perché così mi è parso più facile vedere di nuovo le cose. Dopo ne farò altre meno naturali, quelle che mi premono di più: perché noi non siamo naturali".

Con la mostra personale a L'Attico del 1958 inizia la collaborazione con Bruno Sargentini. Il testo di presentazione è di Francesco Arcangeli. Nel 1960 esce il primo volume della serie I Quaderni dell'Attico con contributi di Giulio Carlo Argan e Maurizio Calvesi. Nello stesso anno partecipa alla mostra Sculture nella città, organizzata da Giovanni Carandente nell'ambito del V Festival dei Due Mondi di Spoleto, ed espone Le affinità patetiche in Piazza del Duomo.

La radicalità della ricerca di Leoncillo si impone all’attenzione della nuova generazione di critici tra cui Enrico Crispolti, Emilio Villa e Renato Barilli. Cesare Brandi lo considera uno dei maggiori scultori italiani del suo tempo. In una intervista con Maria Volpi Orlandini, nell’ambito dell’inchiesta condotta con Carla Lonzi e Tommaso Trini sulla rivista “Marcatré”, Leoncillo rivendica il suo modo antitradizionale di trattare la ceramica: “ […] somiglia piuttosto al modo con cui si fanno le torte, dove con la cioccolata o con la crema ci si disegna sopra o ci si scrive auguri, ecc. O al modo anche con cui con un cucchiaino si taglia la cassata. Ossia non modello più una scultura, come dopo non la dipingo più. Ma uso argille di colore diverso che sovrappongo in modo da avere sempre davanti agli occhi un impianto plastico-cromatico. Così con lo smalto. Ho insomma una materia, di cui può dirsi la forma o il colore, ma solo astraendo dalla sua realtà che è di materia soltanto. E allora aggiungere materia a materia, compiere atti successivi su una materia non più costretta ad essere una faccia o una sfera, ma assumere la sua realtà e dargli una nuova conseguenza”. La creta, attraverso gesti, incisioni, accumuli e lacerazioni, diviene così il luogo privilegiato di una nuova organicità, capace di "dare più di ogni altra materia quelle condizioni visibili, quasi tattili, con cui si esprime uno stato d’animo”.

Leoncillo muore improvvisamente il 3 settembre 1968 a Roma, all'età di cinquantadue anni, poche settimane prima, in occasione delle contestazioni studentesche alla Biennale di Venezia, dove aveva una sala personale, aveva coperto le sue opere solidarizzando con i manifestanti.